Non siam mica qua a farci soffiare il riso, direbbe Bersani. A completare il coro dei contrari all'interruzione dei sovvenzionamenti statali ai partiti si aggiungono anche altri politici. Soldi dei contribuenti ai partiti. Ma di che stiamo parlando? Ma non c'è già stato un referendum su quest'argomento? Ma come mai gli italiani, specialmente i politici, sono così ridondanti e logorroici? Parliamo di partiti o di aziende? Vorrei partire da molto lontano, un flash veloce quanto calzante. Sapete cos'è la mistoforia? Nell'antica Grecia, nell'Atene di Pericle, la mistoforia era quel contributo che lo Stato "offriva" ai lavoratori, badate bene, che decidevano di perdere un giorno delle loro attività per occuparsi delle attività di amministrazione dello Stato. Nel momento in cui lo Stato elargiva questa sorta di paga sostitutiva, una specie di cassa integrazione di oggi, per capirci, il cittadino, nella maggior parte dei casi, la rifiutava. Uscendo dal palazzo dello Stato nel quale aveva appurato il funzionamento della Democrazia e respirato il dolce profumo della libertà e della partecipazione, lasciava il compenso che non poteva rappresentare il suo servizio per la patria. Partecipare alle attività di governo, infatti, era un così grande orgoglio che veniva considerato assurdo il fatto di essere retribuiti. Bastava l'onore, la possibilità di dire: "Io sono Ateniese". Oggi mi rendo conto che tutto ciò risulta improponibile. I nostri politici hanno perso quasi completamente ogni valore, ogni capacità di restare al di fuori di quella macchina del fango e della polvere che finché non diventi scomodo ti protegge, poi ti fa sprofondare. Siamo tutti succubi, tutti "pecorelle". Ogni giorno inneggiamo alla rivoluzione e il passo più grande che riusciamo a compiere ci porta al divano. I partiti sono diventati associazioni a delinquere, vedi il recente caso della Lega Nord. Si sfruttano le cariche politiche, se prima ci si facevano le leggi ad personam adesso addirittura ci si appropria dei fondi di una collettività per scopi personali, nel maggiore dei casi per pagarsi viaggi, abitazioni e beni di svariato genere. Chi custodirà i custodi? Bella domanda. Com'è possibile fidarsi di queste persone? Voi dareste i vostri soldi ad una persona con il vizio del gioco, con il vizio del bere o, addirittura, con problemi di droga? Anche i politici ormai hanno il "vizio", di genere diverso, ma come per i lupi è davvero difficile che lo perdano.
mercoledì 18 aprile 2012
POLITICA - Viziati
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sabato 14 aprile 2012
CRONACA - Così il sogno di un’epoca s’infranse negli abissi
Nella notte tra il 14 e il 15 aprile
1912 il Titanic sprofondava negli abissi dell’oceano Atlantico portando con sé
1523 anime. I passeggeri erano 2223, compresi gli 800 uomini dell’equipaggio.
Com’è tristemente noto le scialuppe bastavano solo per la metà di loro, in
quanto si era preferito favorire l’eleganza della nave a discapito della
sicurezza.
Il Titanic, la nave dei sogni, salpò da
Southampton (Inghilterra) l’11 Aprile, senza aver quasi mai fatto prove di
navigazione e dopo soli pochi giorni il sogno s’inabissò nelle profondità
oceaniche a causa della collisione con un iceberg.
Le leggende e i miti relativi al
Titanic sono innumerevoli ed è quasi impossibile distinguerli da quella che è
la realtà. L’orchestra che suonò fino alla fine, il capitano John Smith che
decise di affondare con la sua nave e persino la storia d’amore tra il povero
disegnatore Jack Dawson e la ricca Rose Dewitt Bukater messa in scena nel
colossal di James Cameron (in questi giorni rilanciato in 3D) è ormai
considerata al pari delle altre notizie relative a ciò che accadde a bordo in
quei 4 giorni di navigazione.
Pensare alla tragedia del Titanic
dovuta a vanità, voglia di stupire il mondo navigando a una velocità tale che
non permise alla nave di virare in tempo per evitare la collisione quella notte
in cui il capitano aveva tra le mani un allarme iceberg da ben due giorni,
inevitabilmente ci porterebbe a paragonarla al disastro della Costa Concordia. Il
capitano Schettino, troppo preso da banchetti e dolci compagnie, che abbandona
la sua nave nel bel mezzo del disastro mal gestito per mancanza di
organizzazione e quant’altro. Si è già ampiamente dibattuto su tali tematiche. Allontaniamoci,
quindi, dal 2012 e torniamo indietro di 100 anni.
Il Titanic era la piena
realizzazione dell’ottimismo ottocentesco. L’uomo aveva costruito una nave
inaffondabile, simbolo di potere per la nobiltà e di speranza di un futuro
migliore per i poveri. La nave dei sogni era l’emblema della Belle époque, espressione degli ideali
positivistici basati sulla piena fiducia nella scienza e nella tecnologia
considerarti in grado di risolvere qualsiasi problema e di fornire all’umanità
un mondo migliore. Il naufragio del transatlantico segnò, così, la fine di
un’epoca, l’infrangersi di tutti quegli ideali positivistici e di
quell’ottimismo che di lì a poco sarebbero stati spazzati del tutto via dallo
scoppio della Grande Guerra.
Oggi il relitto del Titanic giace
a quattromila metri di profondità a largo del Canada e sarà presto tutelato dall’Unesco
in base alla Convenzione del 2001 per la protezione del patrimonio culturale
sottomarino.
La nave, carica dei sogni e delle
speranze dei suoi passeggeri e di quanti credettero in quel sogno
d’invincibilità, forse troppo grande, resterà per sempre custode dei segreti e
delle storie mai raccontate di quelle anime che portò con sé nei gelidi abissi di
quello stesso oceano che aveva solcato tronfia e maestosa come simbolo di un’era
destinata a naufragare.
SOCIETA' - It's time to wake up!
Il 15 luglio 1838 presso la
facoltà di Teologia di Harvard, Ralph Waldo Emerson pronunciò il discorso “Divinity
School Address” per l’inaugurazione dell’anno accademico. In seguito a tale
orazione fu interdetto dall’università per trent’anni.
“Fate uscire la cultura dalle
biblioteche, cercate Dio nella natura e in voi stessi” furono queste le parole
che tanto sdegnarono gli studenti e il rettorato della prima università degli
Stati Uniti. Parole che oggi, come allora, dovrebbero svegliarci dal sonno delle
coscienze in cui siamo caduti e nel quale è troppo comodo restare.
“Noi non facciamo altro che
prepararci a vivere, ma non viviamo mai”.
In “The American Scholar” Emerson
ha teorizzano una nuova figura d’intellettuale completamente diverso dagli stereotipi:
attivo, forte, capace di mettere in pratica i suoi studi nella vita reale, fuori
dall’ambiente accademico. Pensandoci è inevitabile renderci conto di quanto
siamo lontani da quel modello. L’università non ci rende capaci di far qualcosa
di concreto al di là dello studio, degli esami, dei test, ci fornisce pura
conoscenza teorica. Lamentarsi per l’offerta formativa spesso scadente e di
quanto sia difficile, se non impossibile, trovare lavoro dopo la laurea sono
diventati monotoni cliché, scuse e giustificazioni per la propria inerzia e
apatia.
“L’intelletto annulla il fato.
Finché un uomo pensa, egli è libero”.
Lo Stato italiano tende a non
puntare sui giovani: sono minime le agevolazioni e le opportunità che ci
vengono concesse, mentre le difficoltà e gli ostacoli che ci ritroviamo davanti
giorno per giorno sono sempre di più e sembra inevitabile scoraggiarsi.
Il senso di panico che ti assale pensando
“cosa farò dopo la laurea?” ti fa quasi venir voglia di restare per sempre tra
le accoglienti mura della città universitaria, come un Peter Pan che non vuole
crescere per paura di quell’abisso di incertezze che gli si prospetta davanti.
“Senza entusiasmo non si è mai
compiuto niente di grande”.
Lasciare che la paura ci freni
equivale a dichiararsi morti dentro. Noi siamo il futuro. Solo dando valore a
ogni singolo giorno e costruendo da soli la nostra strada sulle orme dei grandi
del passato potremmo dire di aver vissuto, di non essere stati passivi
spettatori del mondo, ma di aver fatto la storia.
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Ubicazione:
Roma, Italia
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